Tre bei paper dicono che si può “vendere, vendere, vendere”

Nel mondo il vento delle privatizzazioni non ha mai spirato così forte anche in tempi di recessione e di salvataggi, ma l’Europa è stata solo sfiorata mentre l’Italia ha ripiegato le vele – causa bonaccia – da almeno quattro anni. Nel 2009, complice il rientro dai massicci piani di salvataggio, il volume di denaro tornato nelle casse di stato ha toccato il record di 184 miliardi di euro: un’ottima annata, come sottolinea il Privatization Barometer che fornisce i dati. di Michele Arnese e Alberto Brambilla
17 AGO 20
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Nel mondo il vento delle privatizzazioni non ha mai spirato così forte anche in tempi di recessione e di salvataggi, ma l’Europa è stata solo sfiorata mentre l’Italia ha ripiegato le vele – causa bonaccia – da almeno quattro anni. Nel 2009, complice il rientro dai massicci piani di salvataggio, il volume di denaro tornato nelle casse di stato ha toccato il record di 184 miliardi di euro: un’ottima annata, come sottolinea il Privatization Barometer che fornisce i dati, anche se le “privatizzazioni classiche”, al netto cioè degli interventi straordinari, si riducono a 65 miliardi.
Subito dietro gli Stati Uniti, si piazza la Cina che un anno fa ha spalancato le porte della Borsa alle aziende statali. Al nono posto in Europa c’è l’Italia, con ricavi da privatizzazioni per soli 11 milioni nella seconda metà dell’anno scorso (contro gli 11 miliardi della Francia e i 10 dell’Olanda). E’ quindi possibile sanare 1.800 miliardi di debito pubblico cedendo quote societarie e patrimonio immobiliare, anche se il tempo delle vendite sembra superato, dopo le dismissioni del ’92. Un auspicio privatizzatore giunge anche dall’ex ministro delle Finanze, Franco Reviglio, in un libro pubblicato da pochi giorni (“Goodbye Keynes?”, Guerini e Associati): “Nel nostro paese vi sono ancora molte attività patrimoniali da valorizzare mediante concessioni e vendite di beni immobili. L’attivo patrimoniale della Pubblica amministrazione ammonta al 138 per cento del pil”, scrive Reviglio.
Ma l’Italia, al contrario degli altri stati, dimostra di non aver nemmeno scelto una direzione precisa, indecisa se “vendere” (peculiarità di giapponesi) oppure aprire il mercato (come gli irlandesi). A sottolinearlo sono due economisti dell’Università di Siena, Filippo Belloc e Antonio Nicita, nella ricerca “Percorsi di privatizzazione e liberalizzazione. E’ rilevante l’ideologia dei governi?”, che sarà presentata a Bolzano a dicembre nella conferenza della Società italiana di diritto ed economia. Eppure a fine anni Novanta la mentalità dei politici non solo italiani sarebbe cambiata sulle privatizzazioni. Cercando di perseguire l’obiettivo di un mercato efficiente, governanti di entrambi gli schieramenti sono arrivati a convergere sulla deregolamentazione delle reti: “Contrariamente al senso comune – notano gli autori – in un mondo sempre più globalizzato, la deregulation delle industrie di rete (trasporto aereo, telecomunicazioni, elettricità, gas, poste, ferrovie, strade) appartiene chiaramente a un’agenda politica bipartisan. Tuttavia, il modo in cui le politiche orientate al mercato vengono attuate nella realtà (cioè il grado di complementarietà tra privatizzazione e liberalizzazione) dipende ancora dalla ideologia di governo”.
Nessun paese è però riuscito nel cosiddetto “big bang” (mercato libero e privato in poco tempo). Dallo studio degli economisti Belloc e Nicita, che hanno studiato le politiche in trenta paesi Ocse, si rileva inoltre che i governi di sinistra si scoprono pro market, sono cioè più propensi a liberalizzare l’economia, senza cedere il controllo dell’operatore pubblico finché il processo non è completato. Viceversa gli esecutivi di destra preferiscono privatizzare prima di sciogliere i lacci del settore, a garanzia della buona riuscita dell’operazione. Con l’effetto indesiderato che l’ex monopolista statale si ritrova leader del mercato senza reali concorrenti.
di Michele Arnese e Alberto Brambilla